Napoli – Milan, Sarri cacciato: ecco che succede quando l’allenatore non fa mental coaching Per leggere questo articolo impiegherai: 5 minuti 20 secondi

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Se l’abito faccia o non faccia il monaco, è questione largamente dibattuta in ogni dove fin dalla notte dei tempi.

Che il calcio sia a tutti gli effetti un fenomeno sociale e, forse proprio per questo, sia a pieno titolo lo sport più amato e seguito dagli Italiani, è un fatto ormai acclarato, confermato dall’interesse (accanimento?) mostrato dai tifosi di ogni età alla vigilia, durante e dopo ogni appuntamento sportivo che coinvolga più o meno direttamente la propria squadra del cuore.

Ma che questi due mondi – la moda e lo sport – in apparenza così lontani e con ben pochi elementi di similitudine potessero, invece, intrecciarsi e offrire comuni spunti di riflessione, forse nessuno se lo aspettava.
Almeno prima di sabato sera, quando, a conclusione della partita Napoli-Milan, conclusasi 4-2 con la vittoria del Napoli per mezzo delle doppiette di Milik e Callejon, l’allenatore del Napoli Maurizio Sarri, allontanato al 52’, commentava la decisione dell’arbitro Valeri con queste lapidarie e inequivocabili parole: “È più facile cacciare me che sono in tuta che un allenatore in doppio petto.

 

Parole durissime, concetto chiarissimo. Che naturalmente ha richiamato l’attenzione della stampa, del giornalismo – non soltanto sportivo – e, davvero inaspettatamente…della sociologia!

 

All’indomani dell’episodio, infatti, è intervenuto a commentare le parole del tecnico azzurro anche Luca Bifulco, uno dei maggiori esponenti della sociologia dello sport, docente presso le Università di Napoli e Salerno, e autore di libri sul calcio, su Maradona, sull’aspetto sociale – e sociologico – dello sport più seguito e commentato dagli Italiani. E proprio Bifulco, nella veste di sociologo dello sport, offre uno spunto di riflessione sul profondo legame tra l’immagine che di sé viene percepita all’interno di un gruppo, e del trattamento che si riceve come conseguenza, più o meno diretta e implicita, di questa percezione.

In questo legame, la tuta di Sarri diventa “un simbolo che identifica disparità di posizionamento sociale e, di conseguenza, differenza di trattamento”.

 

Ma procediamo con ordine, e analizziamo quanto avvenuto sabato sera allo stadio San Paolo.

Al 52esimo minuto di gioco, Sarri reclama un fallo non fischiato su Jorginho all’arbitro Valeri, richiamandone l’attenzione con la frase “Ma che diavolo state facendo?”.
In tutta risposta, il direttore di gara allontana per proteste il CT del Napoli. Il quale, nel post partita, osserva che nella sua frase “non c’era né tono minaccioso né insulti né niente” e aggiunge che “Probabilmente mandare fuori me è più facile che mandar fuori qualcun altro. Da quello che ho visto stasera è più facile cacciare un allenatore in tuta che uno con la giacca e la cravatta.

 

Dunque, se Sarri non avesse indossato la tuta e avesse preferito l’abbigliamento più formale del doppiopetto, sarebbe stato egualmente costretto a lasciare la panchina?

 

Ebbene no, secondo l’opinione di Sarri che non manca di richiamare, neppure troppo velatamente, il concetto della lotta di classe.

E persino secondo il sociologo Bifulco, per il quale, pur non esistendo una correlazione diretta e lineare tra l’abbigliamento dell’allenatore e le decisioni arbitrali, è indubbio che il calcio sia un fenomeno sociale a tutti gli effetti che, in quanto tale, “vive di disuguaglianze”.
Infatti, sebbene in un sistema di valori ideale, l’unica disuguaglianza nello sport dovrebbe essere data dalle differenti performance degli atleti in campo, nella realtà sono molti i fattori sociali che intervengono a complicare le dinamiche relazionali e i rapporti di potere tra i diversi soggetti che a vario titolo partecipano alla competizione sportiva.

In particolare, la relazione che si stabilisce tra allenatore e arbitro è a tutti gli effetti una relazione di potere, nella quale la dinamica sociale vede, secondo Bifulco, da un lato l’arbitro, come detentore di un “potere decisionale assoluto”, e dall’altro l’allenatore, come il soggetto che in qualche modo “subisce” questo potere.
La cosa che più colpisce in questa riflessione è che la sociologia pare dare conferma di qualcosa che tutti (in special modo i tifosi…) avevamo sempre sospettato: ovvero che, per quanto in collisione col concetto ideale di uguaglianza e di equità, esistono reali differenze di comportamento – e dunque spesso disparità di trattamento – in base a fenomeni sociali come l’immagine e la reputazione.

La sociologia, infatti, spiega che ci sono tre parametri fondamentali per spiegare le disuguaglianze: prestigio, potere e ricchezza. Il calcio, in quanto fenomeno sociale a tutti gli effetti, non fa eccezione: in buona sostanza, l’allenatore di una squadra prestigiosa, abbondante di risorse economiche e di potere percepito, avrà maggiori probabilità di suscitare la riverenza di chi detiene il potere (nel calcio l’arbitro, ma ciò vale anche per le Istituzioni e per le occasioni di vita quotidiana) rispetto a chi, invece, allena una squadra meno blasonata.  

 

In questa ottica, la tuta di Sarri diventa simbolo e conferma di una disparità di posizionamento sociale, che indiscutibilmente influisce, anche se non giustifica, preferenze e differenze di trattamento.

 

D’altronde, ciò che è accaduto al San Paolo sabato sera non è affatto diverso dalla moltitudine di situazioni che è possibile sperimentare nel quotidiano: tra due sconosciuti, di cui nel modo di vestire uno appare elegante e più formale e l’altro comunica trasandatezza e rozzezza (al di là di qualunque giudizio di valore sulla persona), siamo naturalmente portati a percepire come più rassicurante il primo, nei confronti del quale avremo, probabilmente, anche un atteggiamento più rispettoso e condiscendente.

Mental coach: ma cosa sarebbe cambiato se Sarri avesse usato la Pnl e il Mental Coaching?

 

Alla luce di quanto accaduto e commentato, alla luce dell’allontanamento di Sarri e della spiegazione della sociologia, ma anche alla luce dei tanti interrogativi che ancora restano sulla giustezza della decisione arbitrale, una riflessione, da coach, si rende assolutamente necessaria.

La domanda che mi pongo da sabato sera è: cosa sarebbe cambiato se Sarri avesse usato la Pnl e il Mental Coaching?

Lo sport, si sa, è un po’ come il giustizialismo: non ammette replica.

E Sarri, da buon sportivo, lo sa: quando l’arbitro ha fischiato, le proteste lasciano il tempo che trovano (e spesso fanno alzare anche il cartellino rosso).

E se l’arbitro non fischia, neppure quando il fallo subito dall’atleta della propria squadra è evidente? Esattamente la stessa cosa: protestare non serve, l’autorità vince sempre.

E allora perché Sarri ha protestato, innescando (e non stiamo qui a discutere se la scelta di Valeri sia stata più o meno giusta) il processo che ha portato al suo allontanamento dalla panchina?

 

La spiegazione è, a mio avviso, piuttosto lampante: replicando a Valeri, Sarri ha indossato i panni dell’allenatore, e non quelli del coach, e meno ancora quelli del mental coach come la situazione avrebbe invece richiesto.

 

Se poi questi panni consistono anche in una tuta e non nel doppiopetto scelto dai CT delle squadre più blasonate, è scelta libera e personale. O forse no?

 

Cerchiamo di capire meglio cos’è successo, in sintesi, al 52’ della partita incriminata.

 

L’arbitro non fischia il fallo su Jorginho, Sarri si arrabbia, la rabbia gli fa ribollire il sangue nelle vene, lui esclama a Valeri “Ma che diavolo state facendo?”. Risultato: l’arbitro stavolta fischia, per buttarlo fuori.

 

Ma cos’è successo tra la seconda e la quarta azione? Cosa è mancato tra Sarri che si arrabbia, la rabbia che gli fa ribollire il sangue nelle vene e la sua esclamazione  a Valeri?

 

Semplice: è mancata la Pnl. E’ mancata la gestione dello stato emotivo. E’ mancato il mental coaching.

 

E’ ormai risaputo che la Pnl e il mental coaching insegnano le tecniche di gestione dello stato che, attraverso esercizi pratici e in maniera estremamente rapida, insegnano a gestire il proprio stato e le proprie reazioni emotive, ovvero a scegliere di essere esattamente nella condizione emotiva più funzionale ai comportamenti che è necessario adottare.
Per esempio, la gestione dello stato emotivo è quella cosa che ci consente di trovare la concentrazione per trovare una rapida soluzione al problema se si buca una ruota mentre stiamo andando a un appuntamento importante, senza lasciarsi prendere dal panico e disperdere tempo, focus ed energie per imprecare e abbandonarsi alla rabbia, alla disperazione o al piagnisteo per la giornata storta.
Nello sport, in cui non casualmente è nato il coaching come disciplina, il mental coaching è quell’allenamento mentale che mette lo sportivo (atleta, ma anche allenatore) nella condizione di spegnere l’inner game, ovvero l’insieme dei fattori interiori  che a vario titolo interferiscono con la prestazione sportiva e la compromettono.

 

D’altronde, la Pnl ci insegna che la comunicazione è efficace quando raggiunge il suo obiettivo.

Qual era l’obiettivo di Sarri quando ha esclamato “Ma che diavolo state facendo”? Qual era il risultato che voleva ottenere?

Se non era quello di essere cacciato, è evidente che la comunicazione di Sarri sia stata tutt’altro che efficace.

 

Infine, non dimentichiamo che da anni la Pnl e il mental coaching, in particolare proprio nell’ambito sportivo, ci insegnano quanto sia essenziale, per vincere, avere un comportamento da vincente.
In quest’ottica, se, nonostante tutte le sue indubbie doti tecniche, Sarri non è ancora riuscito a vincere nulla, non è forse anche perché non ha assunto un atteggiamento da vincente?

 

A te che stai leggendo, lascio la risposta… Condividimela con un commento: su questo blog non esistono disuguaglianze …

 

Le dichiarazioni di Luca Bifulco sono tratte dall’ intervista rilasciata a www.ilnapolista.it

(Articolo di Antonio Fasano, del 29/08/2016)

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